Ma cosa ne so io, della guerra?

Della guerra so poco, niente, abbastanza. Esattamente due mesi fa eravamo in piazza a manifestare, e poi cominciavo a scrivere, con urgenza. Quella sera sono fuggita dalla mia incapacità di gestire un'emozione, sono uscita a prendermi l'aria fresca in faccia. La finestra aperta, una coppia stava discutendo. Sempre la solita storia, mi sono detta, è proprio vero che "tutte le case sono in fiamme" ("Cosa sarò da grande", Carlotta Cerri). E allora, se non siamo in grado di dialogare dentro quattro mura domestiche, cosa possiamo sperare per il mondo intero? C'è poco da fare, l'ombra ce l'abbiamo dentro, è dentro ognuno di noi. Ma vuole essere vista, riconosciuta, aspetta un lume che la rimesti nel profondo. E quanto più è fitta l'oscurità, tanto più brillerà la piccola fiamma accesa, che con pazienza si muoverà nelle viscere. Non incendio che divampa e distrugge, ma fuoco costante che si prende il tempo per lasciar andare, per crescere, per tornare ad amare, amare davvero. Questo mi è venuto in mente mentre sistemavo le lucine in terrazzo. È il Natale. E così ho ripreso i pensieri:


La guerra non dovrebbe mai uscire dai videogiochi. Colpi per finta, esplosioni per finta, sangue per finta, morti per finta, una vita di riserva, una partita ancora da giocare fino a quando un adulto puzzafiato non viene a riprendersi il tefono perché poi fa troppo male. Ma la guerra vera fa male di più. Ci vorrebbe un adulto più adulto degli altri che dica basta e mandi tutti a dormire o a fare i compiti o a giocare su un prato. 

("Tanta ancora vita" , Viola Ardone)


La guerra è sempre stata una cosa lontana, nel tempo e nello spazio. Quella raccontata dai nonni, che l'avevano subita da bambini, era fatta di fame, tanta fame. Poi ci fu una guerra in Jugoslavia: Zlatan, aveva otto anni, veniva da lì e per un periodo aveva fatto catechismo con noi. Allora quello che succedeva nel mondo era una nebulosa di parole incomprensibili sentite al TG (di fatto non lo guardava nessuno, è solo che andava in onda dopo la "Ruota della Fortuna", quindi faceva da sottofondo al rigovernarsi della cucina, ai preparativi per la notte), ogni tanto dei bambini neri senza cibo e acqua comparivano in qualche rivista, in qualche appello umanitario alla TV, ed erano quelli di cui ci parlava la Mariuccia, probabilmente. "La guerra è una cosa brutta brutta", diceva, "In Ruanda succedono cose terribili". Laggiù, in un paese dell'Africa lontana. E mentre lei faceva gli occhi seri e gravi, pensavo che da grande avrei voluto salvare il mondo. Ma forse sarei dovuta nascere in America, perché pare che arrivino sempre da lì i dispensatori di pace.


Lo scorso 27 gennaio alla scuola primaria la maestra ha affrontato con i bambini di terza la pagina nera dell'olocausto. Mia figlia, che comunque qualcosa aveva già afferrato, è tornata a casa sconvolta. Ho letto nei suoi occhi lo stesso smarrimento che provai io quando una mattina la prof delle medie, raccogliendo tutte le sue forze, ci aveva raccontato il nazismo, i campi di concentramento, lo sterminio degli ebrei. Nessuno fiatò, né durante né dopo la lezione. Io per la prima volta provai un grande dolore per qualcosa che era accaduto tanto tempo fa, a persone che non conoscevo. Scoprii atterrita una crudeltà che non era stata mai neanche lontanamente concepita nella mia mente. Non che non avessimo studiato gli schiavi d'Egitto (quando vedo le piramidi sempre penso al fatto che furono costruite con la sola forza delle braccia e con le vite loro), o la brutalità delle conquiste romane. Ma erano vicende remote e superate, non avevano niente a che fare con la nostra moderna civiltà. La Shoah invece riguardava persone che ancora erano (e sono) in vita, si era compiuta quando già volavano gli aerei in cielo! La fame dei nonni slittò da un trapassato al passato prossimo: era solo ieri. Mi veniva da vomitare, e mi portai a casa un peso sul cuore. Ma insomma, la giornata della memoria serviva proprio a ricordare, per saper riconoscere, per rimanere vigili, affinché uno scempio simile non si ripetesse mai più. Avevamo capito, non correvamo il pericolo. 



Alle soglie del duemila solevo stare seduta sul davanzale della finestra della nostra camera di sera a guardare la luna, ma un giorno mi affacciai che il sole era ancora alto, tendendo le orecchie al cielo: mi pareva di sentire i caccia, forse anche dei tonfi, forse era una suggestione. Alla radio aveva parlato Carlo Azeglio Ciampi, il nuovo presidente della Repubblica. La guerra era proprio là, verso est, così vicina che persino in casa mia ne era arrivata notizia. La NATO e L'ONU erano sigle di cui non conoscevo il significato, ma mi sembrava di capire che erano i buoni. Liga Jova e Pelù cantavano:

Io non lo so chi c'ha ragione e chi no

Se è una questione di etnia, di economia

Oppure solo pazzia: difficile saperlo

Quello che so è che non è fantasia

E che nessuno c'ha ragione e così sia

A pochi mesi ad un giro di boa per voi così moderno

C'era una volta la mia vita

C'era una volta la mia casa

C'era una volta e voglio che sia ancora

E voglio il nome di chi si impegna

A fare i conti con la propria vergogna

Dormite pure voi che avete ancora sogni

    Il mio nome è mai più, mai più, mai più

Eccomi qua, seguivo gli ordini che ricevevo

C'è stato un tempo in cui io credevo

Che arruolandomi in aviazione

Io avrei girato il mondo

E fatto bene alla mia gente

Fatto qualcosa di importante

In fondo a me, a me piaceva volare

C'era una volta un aeroplano

Un militare americano

C'era una volta il gioco di un bambino

E voglio i nomi di chi ha mentito

Di chi ha parlato di una guerra giusta

Io non le lancio più le vostre sante bombe!

    Il mio nome è mai più, mai più, mai più

Io dico sì, dico si può

Saper convivere è dura già lo so

Ma per questo il compromesso

È la strada del mio crescere

E dico sì al dialogo

Perché la pace è l'unica vittoria

L'unico gesto in ogni senso

Che dà un peso al nostro vivere

Io dico sì, dico si può

Cercare pace è l'unica vittoria

L'unico gesto in ogni senso

Che darà forza al nostro vivere

    Il mio nome è mai più, mai più, mai più

E voglio i nomi di chi ha mentito

Di chi ha parlato di una guerra giusta

Io non le lancio più le vostre sante bombe

E voglio il nome di chi si impegna

A fare i conti con la propria vergogna

Dormite pure voi che avete ancora sogni

    Vivere, vivere, vivere, vivere


Una bambina piangeva la sua bambola decapitata mentre scappava dall'assedio. Ci avrebbe raccontato, una sera di 25 anni dopo, la guerra. 


Il mondo del privilegiato occidente tremò veramente un pomeriggio di settembre del 2001. Ero ancora nella stanza della mia amica, ci stavamo salutando. Salii sul pullman per tornare a casa, tutti zitti ad ascoltare la radio. Mi telefonò mio moroso: "Dove sei? Hai sentito cosa è successo?" "Sì, boh, c'è la radio a palla in corriera, stiamo ascoltando", e giuro che non so neanche che cosa siano le torri gemelle (ma questo non glielo dissi, perché mi vergognavo). Nessuno chiese mai un'opinione a noi ragazzi, o non lo ricordo. Ovviamente in casa mia non se ne parlò, arrivarono solo più tardi gli echi delle chiacchiere da bar. Un po' come il bollino della Lega che rimase appiccicato al centro dell'orologio della cucina per così tanto tempo che ce ne eravamo dimenticati. Finché mia madre, dopo che era venuta a trovarmi la mia amica un po' terrona, sospirò di imbarazzo al pensiero che potesse averlo notato. Embeh? Mica era roba mia! 

Alla fine l'ebbe vinta Gino il Pollo, che non so come riuscì a raggiungere il nostro primo computer: "tu vuo' fa' o' talebano talebano talebano" . Tutto qui. Il mondo mi era ancora sconosciuto e incomprensibile, ma leggevo negli occhi degli altri la paura di nuove incertezze. 


Mi resi conto che la guerra c'è sempre stata, che giustizia non sempre è fatta, che la storia dipende da chi la racconta. A scuola qualcuno rompeva il silenzio sugli armeni, apriva le foibe dimenticate dai fratelli. Ma chi diavolo si permette di cancellare le prove del sacrificio appena compiuto, di negare l'umano ricordo alle vite che senza colpa sono finite? Che colore mai può avere una strage? Non rosso, non nero, è il sangue. 

Un caro amico della compagnia partì per l'Afghanistan. Non ebbi il cuore di chiedere più di quello che ci mostrò. 

Per il resto le guerre, vecchie e nuove (con l'aggiunta di quelle "più giuste", contro il terrorismo, quelle autorizzate e premiate con un Nobel per la pace, perdìo!) continuarono, e continuarono a non riguardarci davvero: per fortuna erano sempre le guerre degli altri; le solite cose, insomma. 


Come prima uscita da donna libera dopo la maternità la mia amica mi portò a vedere un film sul conflitto siriano. Sconquasso di viscere, le mie e quelle della protagonista, che era diventata mamma nel 2016 proprio come me, solo nel posto sbagliato. 

Il corpo di un bambino di tre anni morto sulla spiaggia fece il giro di tutti i telefonini: non si poteva rimanere indifferenti a questo. E tuttavia assistevamo impotenti. 


All'improvviso la guerra si fa più vicina: è il 24 febbraio 2022, la programmazione musicale delle radio è ancora sanremese, i profili social e alcuni balconi si colorano di blu e giallo. Io non riesco a capirci niente, non ho tempo, ho altro a cui pensare, tipo barcamenarmi tra i problemi reali della gente comune e i naturali travagli dell'animo umano. Passata l'estate, lo spettro di rimanere al freddo per tutto l'inverno. Fermi tutti: l'Ucraina non è così lontana. 

- Sai mamma, in classe è arrivata una nuova bambina, si chiama Kira! È dolcissima! 

È qui con la sua mamma, sono ospiti presso una famiglia del paese, il papà si è dovuto arruolare; speriamo che possa raggiungerle presto. E noi saremmo pronti ad accogliere dei rifugiati, se fosse necessario, qui in casa? La guerra è vicinissima e pungola le nostre tranquille esistenze. Provo un tremendo senso di colpa perché mi scopro egoista: io non ho la forza, non ho voglia di combattere altre battaglie oltre a quelle tediosamente irrisorie della mia piccola vita. Ma lo stato di allerta, che negli anni è andato crescendo, si acutizza comunque, anche se continuo ad essere confusa. Trovo dei canali di informazione attendibili e puntuali, giovani giornalisti lontani dalla politicizzazione, solo il bisogno di capire. Richiede uno sforzo in più, ma comincio ad apprezzare la storia. Oserei dire che mi appassiona, che finalmente riesco a intravedere qualcosa nel garbuglio del mondo. La verità nessuno ce l'ha mai detta, ma c'è uno studio, un movimento continuo, l'impegno assiduo della cultura, delle persone che vogliono conoscere e divulgare, aiutare, creare; un lavoro che non smette e mi lascia sperare, desiderare, cercare di. 


Per festeggiare le liete notizie o per essere solidali nei momenti di difficoltà, al lavoro organizziamo delle piccole collette fra colleghi. Una mattina di marzo, a tre anni dall'inizio della guerra alle porte dell'Europa, sul tavolino dell'area break abbiamo trovato una scatola di carta: "È venuto a mancare il fratello di Svitlana. Caduto in guerra. In Ucraina", c'è scritto sopra a pennarello. Dovevo mandare una mail all'assicurazione e un messaggio al nonno per confermergli l'orario della scuola, mentre aprivo il mio solito vasetto di yogurt bianco con noci, mandorle, uvetta, semi, a volte un frutto fresco, così lo preparo ogni mattina. E invece abbiamo letto e ci siamo ricordate che la guerra continua. 


Gli inviati raccontano di trincee, di guerre di posizione. Non credevo che la guerra si facesse ancora così. I fucili, le bombe, il sangue, la morte. La guerra è corpo, è la vita che finisce in un attimo, l'inizio di un'atroce agonia, violenza di esseri umani che mutilano e annientano altri esseri umani. Ma chi fra le persone che conosco oggi vorrebbe combattere? Per che cosa? E i soldati, mi chiedo, chi sono? Che colpa hanno i giovani russi costretti a entrare nell'esercito? E i padri di famiglia ucraini non desideravano forse solo stare con le proprie famiglie? Davvero i soldati israeliani sono uomini? Davvero i soldi sono così importanti? Più importanti della vita? 


Sono sconfortata, ma per fortuna noi possiamo scrollare le cose truci della guerra e cambiare panorama. È così che vedo le foto di un gruppo di barche e mi commuovo. Non risolveranno il disastro che si sta ultimando, non riusciranno a portare in Gaza niente di tutto ciò che la solidarietà ha raccolto, ma la Flotilla porterà a galla tutte le contraddizioni e le menzogne dei governi complici del genocidio palestinese, aprirà gli occhi del mondo. Arriverà tardi, non salverà Gaza, ma salverà l'umana coscienza, riaccenderà la dignità, il senso della giustizia, il desiderio di un futuro migliore, l'idea che non siamo condannati ad assistere impotenti. Dobbiamo pretendere di essere adeguatamente rappresentati da coloro che abbiamo eletto, dobbiamo credere che la democrazia e tutte le belle leggi che furono scritte dai sopravvissuti alle Grandi Guerre per preservarci da eventuali nuovi orrori non siano solo parole vuote. Sono molto grata a quelle persone che ci hanno messo corpo e anima, che lo hanno fatto: sono salpate a nome di tutti noi. 



Una grande bandiera della Palestina si rotola sulla roccia del monte Sperone. A coloro che la denigrano dicendo che prima bisognerebbe risolvere i problemi dell'Italia mi sento di dire che i politici che hanno o non hanno votato sarebbero pagati proprio per questo, non certo per finanziare guerre. Lo dicano quindi a loro, diciamoglielo tutti insieme: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" (Art. 11 della Costituzione Italiana). 



9 ottobre 2025: Trump annuncia la pace fra Israele e Hamas. 

- Io ho sempre detto che a Trump gli voglio un po' bene. In TV dalla nonna sorrideva e faceva OK con la mano, così! 

- Oh bambina mia! Io non posso spiegarti la storia, perché è piena di eventi, intrecci, rapporti, contraddizioni e io onestamente non me la ricordo tutta, faccio ogni giorno uno sforzo per comprenderne un pezzettino. Non possiamo stare in balìa di annunci fulminei e fatui, farci un'opinione sui titoli dei giornali, sul TG della nonna, perché la voce del potere dice le sue verità e le bugie di cui ha bisogno per imporsi. Ma possiamo ascoltare tante storie, pensare con la nostra testa, chiederci cosa è giusto. E la guerra giusta non lo è mai, lo sa anche un bambino. 


42 anni fa "un sasso è caduto in un bicchiere colmo di acqua e l'acqua è caduta sulla tovaglia. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi" (Dino Buzzati, "Corriere della Sera", 11 ottobre 1063). Il bicchiere ce lo avevano messo alcuni uomini avidi, in mezzo alla franosa valle. L'avidità, bambine, è il male del mondo, l'origine di tutte le guerre e di ogni ingiustizia. Oggi ce lo ricordiamo bene. Proprio oggi che non riesco a credere al lieto fine che la stampa dà per assodato. 


Le pozze di sangue e i mucchi di cadaveri di al Fasher, in Sudan, si vedono dal satellite. Nel 2023 il governo italiano ha ricominciato a fornire armi agli Emirati. Non mi era giunta la notizia, e nemmeno al tifoso che si sbraccia davanti alla partita. Gli Emirati si comprano le squadre di calcio e finanziano le forze armate in Sudan. Calcio e guerra, intratteniamento e morte, ricchezza e povertà, consumismo e sfruttamento. Soldi. In vendita i diritti dell'uomo, i suoi valori, l'anima. 


"Sono 15 anni che lavoro in zone di guerra, quindi ormai tra Siria, Yemen, Afghanistan, Congo, un bel po' ho girato, ma quello che si vede qui è veramente... non so come dire, è la concentrazione di tutte le guerre passate tutte messe insieme, è veramente tutto, tutto, tutto distrutto, raso al suolo" riferisce in un'intervista al podcast Globally di Will Gennaro Giudetti, operatore umanitario. Sono i primi di agosto, e si stima che dal 7 ottobre 2023 siano morti almeno 61.000 palestinesi. 


Dopo il cessate il fuoco del 9 ottobre Gaza non ha mai smesso di essere bombardata. Pare impossibile, dato che non è rimasto più niente. Pare impossibile, perché i media non fanno che parlare della pace conquistata; en passant alla radio dicono che in seguito dell'accordo raggiunto, l'esercito israeliano sta compiendo le ultime operazioni di contenimento e stabilizzazione. Ma contenimento di chi, di migliaia di poveri sfollati innocenti? Si calcola che i bombardamenti effettuati complessivamente su Gaza siano equiparabili a 2 - 6 bombe atomiche. Qualcuno mi dice cosa c'è da stabilizzare in quello che è diventato un deserto di scorie tossiche?

Ad oggi il bilancio ufficiale delle vittime palestinesi a Gaza ha superato i 70.100 morti. Non male 10.000 morti in 4 mesi (360 negli ultimi due, durante la cosiddetta pace). 


- Non mi piace più Trump. 

- E non aver paura di cambiare idea, piccola, mai. 


Intanto l'Europa corre verso il riarmo, hanno deciso che ci dobbiamo convertire a un'economia di guerra. Ma a noi poveri cristi, cittadini e lavoratori, qualcuno ha chiesto qualcosa? 

Qualcuno ci ha chiesto se volevamo fornire armi ad Israele, all'Ucraina, agli Emirati, a chicchessia? Qualcuno ci chiede mai un cazzo di niente? 


La guerra in Sudan ha causato 150.000 morti, per non parlare di tutto il resto. A Gaza sono arrivati il freddo, la pioggia, il fango, e il genocidio non si ferma. Le nostre città si riempiono di luminarie, le compagnie energetiche fanno affari d'oro con Israele, l'Italia appoggia i più grandi assassini anziché investire sul benessere dei propri cittadini. E noi ci accingiamo a riempire i carrelli Amazon di cose che non ci servono veramente, usiamo software che lavorano con governi sanguinari per accordi da milioni di euro. Forse davvero potremmo uscirne solo cercando una casa nel bosco in cui vivere una vita semplice e rispettosa del mondo. Eppure siamo noi, le persone comuni che lavorano ogni giorno, a produrre la ricchezza. Senza di noi...



- Io non capisco la guerra. 

- Io sì, capisco che sono stupidi quelli che la fanno. Ma poi che senso ha distruggere tutto che poi bisogna ricostruire e spendere soldi? 

- Bisognerebbe chiederlo a chi governa, tesoro grande, a chi decide, a chi ha il potere, perché io proprio non lo so. 


Io e Silvia ci scervelliamo, certi pomeriggi, sui massimi sistemi del mondo. Il fuoco di due anime che si riconoscono svigorisce nella banalità del male, ma lei ne è uscita, come sempre, in poesia:

Vivo

Ma non ho scelta né un motivo

Il mondo è un tipo irrazionale

Fa come vuole

Non dà nessuna spiegazione

Vi conviene

Cogliere il tempo che rimane

Prima che smetta di bruciare

Dentro al tuo cuore

Anche il più piccolo ideale

Che sta tremando di terrore

Lo so bene

La vita è breve e pure stretta

Ma la tua mente è una gran sarta

Che cuce in fretta

Il tempo di una sigaretta

Che fa bene

A chi ha la luna maledetta

E dalla vita non si aspetta

Che sia perfetta

Si gode quello che gli spetta

Perché si muore troppo in fretta

Tu sai che ti conviene

Finger di non sapere

Che il mondo è verticale e vai giù

Insieme alla tua tempra morale

Che teme di invecchiare

E di dimenticare

Come si cambia in fretta

("Vivo", Andrea Laszlo De Simone

Lascio che il canto culli i pensieri di questi giorni, che li alleggerisca un poco, infinitamente grata. 


Due fratelli palestinesi, Fadi e Goma Abu Assi, 10 e 12 anni, sono stati uccisi da un drone israeliano mentre cercavano legna da ardere per scaldare il padre costretto in sedia a rotelle. È il 29 novembre 2025, siamo nella striscia di Gaza. Nuovi raid ed esplosioni animano le notti in quello che si definisce tempo di pace. 


- Ma la guerra verrà anche da noi?

- Spero proprio di no, amore mio. Ma dobbiamo essere in tanti, tantissimi, a chiedere la pace, per chi è in guerra adesso, e per sempre. 


Finirà la guerra, non questa, non la prossima magari, ma quella a venire la faremo finire prima ancora che inizi ("Tanta ancora vita" , Viola Ardone)


Buon Natale
Buon Natale 


Fonti:

Gaza vista da dentro - Globally di Will Media

Non riusciamo a contemplare 150 mila morti in Sudan - Stories, Cecilia Sala

Un superstite dell'ultimo massacro in Sudan ci racconta cosa ha visto - Stories, Cecilia Sala


A random:

Noi ripudiamo oltremodo il genocidio, che è oltre l'orrore della guerra

Non ce la faccio a vederle certe cose insanguinate

Nessuno riesce a smettere di battere le mani

Scendo in piazza con e per la mia coscienza

Alla fine i cittadini sono stanchi di non sapere



Commenti

  1. Grazie,ho letto con emozione,attenzione,con sentimento e con rabbia queste considerazioni e stati d'animo spiegati con parole comprensibili a tutti. Non si può restare indifferenti di fronte a certe mostruosità e crimini. Da leggere più volte e riflettere per agire

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