Il sassone

"La geologia condiziona la storia di un paese, perché spesso i nomi dei paesi vengono dalla conformazione del terreno". La passeggiata con Manolo sulle tracce di San Salvatore comincia così, sul piazzale della chiesa che tanta parte ha avuto della nostra prima mezza vita. Le mie radici hanno sete e io voglio bere: non potevo assolutamente mancare. 

Sono nata al Peron, e quando ho saputo che il suo nome significa "grande pietra", ho pensato che il "pietrone" fosse proprio la nostra rocciosa montagna. E invece la grande pietra è quella che sta sopra il nucleo originario del paese, il sasso che scalavamo da bambini, il custode dei pegni d'amore che non basta una vita. 


Saliamo dalle Casate, costeggiando gli atavici e universali (nel senso che si trovano davvero in ogni parte del mondo) muretti a secco, accompagnati dal gorgoglio delle uniche acque che sgorgano dal nostro monte. Camminiamo su arenarie di formazione flysch ("china scivolosa"), rocce giallastre e franose, che alternano strati resistenti e duri a strati friabili. Le fontane del Peron si trovano a bassa quota, perché l'acqua scorre lungo gli spessori di argilla e scaturisce appena trova una via d'uscita tra i sedimenti del suolo. È più in alto che si trovano le sorgenti, ad esempio salendo verso la punta San Giorgio, dove nasce il Gresal, e c'è anche un posto sul Peron, il "Cogol dell'acqua", dove qualcuno, non sappiamo chi né quando, deve aver scavato a mano delle vasche di raccolta.

Non sono abituata a vedere l'acqua nella mia brulla montagna, e infatti non ero mai venuta su da questa parte. È quasi una sorpresa.

Sopra di noi la frazione dei Comui (in origine "terre comuni, della comunità"): erano zone molto abitate, poi progressivamente si sono spopolate, e l'abbandono della montagna è un fatto che si riflette a valle. Non ce ne rendiamo conto perché non ci fermiamo più a guardare, a sentire, ma tutto continua a muoversi, e la natura non viene di certo a chiederci il permesso: siamo noi che dovremmo abitarla con assennatezza.

Lungo la mulattiera selciata (si chiama così perché vi dovevano poter passare due muli senza intralciarsi) assaggiamo l'agliata: un'insignificante e delicata erba verde che profuma di aglio, ma ha il pregio di non riproporsi successivamente se viene usata in cucina. Quante cose non sappiamo ancora, non sappiamo più.

Poco più in là c'è la "Busa dell' Ors", una buca nel terreno che secondo la tradizione serviva a catturare gli orsi ma forse invece era il luogo in cui si accendevano fuochi segnalatori. Questi sono i siti in cui sono stati rinvenuti resti dell'età del bronzo, fors'anche un santuario, perché no.

Se guardiamo la montagna del Peron dalla valbelluna (basta scendere alle Roe), possiamo vedere proprio a questa altezza un avvallamento, sul suo braccio destro: un taglio, una linea dritta che lo fende. È una delle increspature, le faglie che lente muovono le montagne nei milioni di anni. Siamo la porta delle Dolomiti.

E infatti ci muoviamo verso il Sasso del San Salvador, su uno dei ghiaioni più bassi delle stesse. Calpestiamo rosse selci e abbondanti calcari: sono le pietre canterine, pietre focaie, che se le sbatti una con l'altra si mettono a suonare e a far scintille (Manolo, non ci racconta fesserie: nella zona industriale di Ponte Mas alle pietre canterine hanno proprio dedicato una via!). Il sentiero che taglia in due la montagna, quello del San Salvador, è famoso perché fa parte del percorso delle chiesette pedemontane, probabilmente costruite dove prima c'erano altre strutture (magari torri di controllo). Era un luogo di passaggio, questo, un crocevia assai trafficato. I frati della Certosa di Vedana, che fu proprietaria di gran parte della montagna del Peron, salivano di qua, ma il sentiero di San Salvatore è più recente, non c'è sulle mappe antiche.

Si dice che calcasse questa traccia l'eremita di San Giorgio, forse un soldato romano, o longobardo. Chissà. Qualcuno sostiene che si trattasse del secondo vescovo di Belluno: esiliato, sarebbe stato sepolto a Vedana, nella vicina chiesa di San Gottardo. Del resto di vescovi cattolici in fuga dopo l'arrivo dei longobardi si fa cenno in diverse fonti storiche, e fra essi pare che un "episcopus" Felice sia stato sepolto nella chiesa di Valdenere a Bolago, graziata dagli invasori e affiancata da una nuova chiesa, quella dei Santi Faustino e Giovita. Due chiese una accanto all'altra, una bizantina e una longobarda, su un colle caro agli dèi (probabilmente legato al culto di Giove) già in epoca romana. Un luogo dello spirito nel quale lo spirito non ha un solo nome, ed è stato sempre chiaro che combattere "in nome di" è un'idiozia. Anche l'ospizio di Vedana era stato prima un insediamento romano, e il Peron sicuramente era frequentato dalla preistoria. 

Comunque il sasso che raggiungiamo ora non è il vero sasso di San Salvador, è un falso. Ma poco importa. Il sasso siamo noi che vi saliamo, e percorriamo il cammino sulla nostra montagna. L'acqua che quando piove si ferma nelle conche dove si dice pregasse in ginocchio l'eremita sarebbe benedetta. Ma sì, ci facciamo il segno della croce e intanto guardiamo il cielo.

Su questi terreni secchi e petrosi si aggrappano tenaci le roverelle, con le foglie vecchie ancora appese (della storia della roverella mi sono già servita, per gli auguri di buon anno), e gli ornielli (frassino minore): pianticelle snelle e resilienti, di poche pretese. Stanno nell'equilibrio del ghiaione, che non è il rimestìo caotico di una frana: il ghiaione è abbastanza saldo, si muove piano, è in continuo assestamento. 

Così anche la faglia passa sotto le montagne, e le montagne pian piano, impercettibilmente, salgono lungo essa e si spostano verso la Valbelluna. Non è visibile in superficie, se non per gli effetti della deformazione (gli strati verticali del Peron, ad esempio) e perché dove passa crea valli e selle (come quella che si vede tra il monte Peron e la "Busa de l'Ors"). 

E poi c'è la frana vera e propria, che si è distaccata dal monte lasciandolo nudo e vertiginoso sino alla cinta, con uno sparpaglio di massi disordinati ai suoi piedi: le Masiere.

Quello del Peron sarebbe uno dei sassi venuti giù per volontà di Gesù e San Pietro 12-15 mila anni fa, ma secondo la leggenda della città di Cornia, distrutta e sepolta dai detriti, sarebbe stato il violentissimo terremoto del 1114 o 1117, manifestazione della giustizia divina, a far franare parte della montagna sopra la città degli avidi peccatori. Comunque sia l'oro di Cornia nessuno l'ha ancora trovato. 

Si pensava invece di trovare ferro, sotto i pini silvestri del Peron: al 1600 risalgono antiche miniere scavare in quota, ambiziose e impervie. Un documento riporta di concessioni minerarie assegnate al priore di Vedana, a testimoniare che l'attività estrattivo-mineraria era molto importante. Belluno, non dimentichiamolo, è stata uno dei principali centri di produzione di spade d'Europa. Il ferro proveniva dalla Valle Imperina e da Colle Santa Lucia e le pietre per affilare le lame, le "mole", si estraevano a Libano. È evidente quindi quanto la zona fosse cruciale.

Sopra il portone della carrozzeria e nella vecchia fucina sono scolpiti gli stemmi della Certosa di Vedana. Bruno, il fabbro è là sulla soglia, e ci fa entrare nel suo regno per mostrarci la firma certosina che lo protegge. Non ci credo! C'è ancora quell'odore che ho sentito ogni giorno da piccola, sulla strada di casa; che non era di ferro, ma quasi dolce, come un profumo di cose buone cotte al forno, e non buone mangiare, buone e basta. 

Noi camminavamo sulla storia senza saperlo. È così che succede in fondo, da sempre.  

Quando pronuncio mentalmente la parola Peron la "n" finale si allunga, come la dicevi tu, e tutti quelli che vengono da fuori: una "n" che si distende nel tempo che serve alla lingua per battere sulle gengive dietro gli incisivi superiori, alveolare, italiana, moderna. A voce no, Peron esce con la "n" più nasale, precisamente velare, interna, breve, un po' tronca, come il dialetto. Non c'entra niente, ma mi è venuto in mente e l'ho scritto.

              
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Non che il mio personale piccolo racconto possa aggiungere qualcosa al suo magnifico lavoro, ma volevo solo dire quanto è bello passeggiare con Manolo e ce l'avevo sulla punta della lingua da un po'. Non volevo aspettare, irretita dai doveri, che la roverella perdesse di nuovo le foglie! Abbiamo già perso quest'anno qualcosa di grande, per la storia dei nostri luoghi del cuore, il mio pensiero va anche a lui.


Quattro passi in mezzo ai sassi: sulle tracce di San Salvatore

Alcuni link interessanti:

San Faustino e Giovita di Libàno e Santa Maria a Valdenère di Bolago

La Certosa di Vedana

Miniere Monte Peron in uno studio il geologo Piat ricostruisce la storia


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