Le ferie di agosto
Tutte queste ferie per me sono ancora fantascienza, eppure ho già smesso di promettere cose del tipo "magari ci vediamo, magari organizziamo, facciamo". Perché è vero che sono davvero tante tre settimane, ma ho un margine di manovra (e questo è dovuto alla mia inettitudine nel gestire Era e Demetra, specialmente quando si fanno più ingombranti) ancora molto ristretto. Mi sono limitata a ricordarmi di respirare, e almeno nelle idee avrei voluto dormire tantissimo, mangiare sano, bere molta acqua, non pensare a "quello che potrei fare se", approfittare della grazia del tempo lento per entrare davvero in connessione con le mie persone e imbastire una disposizione da mantenere anche poi, per affrontare il ritorno alla quotidianità, con le sue poche ore di sonno, le tabelle di marcia, i cazzi e i mazzi. Placare le signore del matrimonio e della maternità, insomma, che forse non abbassano mai la voce perché avvertono la mia natura intrinsecamente sfuggente e la temono; non sanno però che l'autenticità sgorga proprio da lì, da quel misero pertugio sul velo di Maya che mi ostino a dischiudere con le unghie e con i denti.
Mordo, gratto, scavo, imparo a riconoscere tutte le parti di me che devo integrare, ma ciò non basta per farlo davvero. Integrare è in fondo l'unica responsabilità che ho, il senso che la vita rincorre. Eh niente, io rincorro, come i più, ma almeno ho smesso di questionare con la mia apparente inconcludenza, che è già qualcosa.
Temo solo che, se mi concedessi di allargare il varco, potrei non accontentarmi mai, e aver bisogno di stare con me più di quanto i miei cari vorrebbero, giustamente o meno, la medesima cosa: stare con me. D'altra parte, se non butto lo sguardo di là, la mia presenza si fa tediosa e inconsistente, e questo è anche peggio: devo venirne a capo, prima o poi.
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| che la luce dorata si posi sulle cose (lago di Boè) |
Questa cosa io non avrei mai saputo spiegarla, se non avessi scoperto che si possono trovare le parole per dire tutto, e il gusto di cercarle, e di metterle insieme. È un lavoro di cesello che si fa in solitudine, un po' come quello di Efesto, il fabbro degli dèi, che arroventava il metallo e lo batteva nella sua fucina, e gli dava forma. Durante i lunghi vagabondaggi per mare e terra vedeva le cose del mondo, e poi, una volta giù nel suo antro infuocato, le ricordava e inventava gioielli meravigliosi. Cercò a lungo, poiché di qualcosa che ancora non conosceva aveva il sentore, e trovò il fuoco; era curioso e scoprì i metalli; era ingegnoso e cominciò a forgiarli. Ma il suo lavoro si fece ancora più appassionato - una foga irresistibile - dopo che ebbe respirato per la prima volta il cielo terso dell'Olimpo perduto. E così ogni sera, quando la luce bordava di rosso l'orizzonte, si tuffava e raggiungeva il suo abisso. Ritrovava il fuoco, e i suoi strumenti. Tornava a casa, nel fondo, al riparo. Sulla terra si sentiva più solo, escluso, come se qualcuno lo avesse allontanato da un regno, in esilio. Avrebbe detto che si sentiva in esilio, se avesse conosciuto la parola, se avesse saputo quel che lui era: un artista. Un artista è sempre in esilio, ma non saprebbe dire se è in esilio dalla vita quando se ne sta chiuso nella sua solitudine a creare, o se è in esilio dall'arte quando esce e si concede alle bellezze del mondo. Nella sua fucina Efesto trovava pace: quando stava lì dentro nulla di ciò che succedeva in superficie lo riguardava, non esisteva altro che il suo gesto, il braccio che batte sul metallo fuso, e la forma che ne esce.
Non avrei voluto citare questo passo de Il dio del fuoco di Paola Mastrocola (oh Paola, sempre divina, dovresti essere obbligatoria in tutte le scuole, vera, leggera ed esatta come sei a tradurre l'anima della nostra cultura senza nulla toglierle mai, ma anzi, arricchendola di pensiero come succede nell'arte infinita della creazione), perché non ho visto nessuna meta originaria e non sono né un dio né un'artista, o almeno non nei significati comunemente intesi dei termini. Però credo che un piccolo fuoco che arde dentro ce lo abbiamo tutti, e io a leggere queste righe mi sono sentita moltissimo. Solo che non ho una grotta, una stanza tutta per me, come direbbe la Woolf, in cui chiudermi in modo che fuori non si percepisca se sto passando da un'attenzione diffusa a una concentrazione profonda, e nessuno scatti sull'attenti per riportarmi a terra. Sarebbe più facile, più giustificabile, iniziare a correre in montagna, fare un corso di cucito o un abbonamento in palestra, senza dubbio. Ma a me preme solo di indagare con i miei strumenti ciò che sta fra la pochezza e la vastità della mia esistenza. Mi serve per sentirmi viva.
Quindi, vagando esule nella prateria di orologi fermi e sveglie spente, ho imparato una nuova tecnica: la tecnica del libro. Mi rammarico sempre di non riuscire a leggere libri in carta e inchiostro quanto vorrei, così mi sono imposta un minimo di tre per queste vacanze. Potrei arrivarci ma non ci arriverò, e non è questo il punto. Il punto è che in questi giorni ho girato sempre con un libro in mano, pronta ad aprirlo durante tutte le attese e i tempi morti (la vita di famiglia è un continuo aspettarsi a vicenda, almeno in alcune fasi), e sì, anche in quelli che decidevo essere di sacrosanto relax (pur consapevole del fatto che per un genitore le pianificazioni sono relative), con le chiacchiere in sottofondo, alle quali prendevo parte solo se avevo qualcosa da dire, e ciò mi ha davvero giovato; forse da fuori non si direbbe, ma in questo modo sono riuscita a mantenere la mia integrità, e credo proprio che ne farò tesoro.
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| "LEGGERE AIUTA A PENSARE CON LA PROPRIA TESTA" (Colcerver) |
E allora alla fine come è andata? Beh, ho messo lo smalto sulle unghie - nero -, per ricordarmi di quando lo facevo e ho accantonato definitivamente l'idea della prova costume in estate, che chi è il pazzo che se l'è inventata? Tra il cortisolo che rimane sempre alto, direttamente proporzionale al caldo che non fa dormire e limita al minimo indispensabile i movimenti, tra i pasti che guai a saltarne uno e quello che trangugio mentre mi dilungo per inerzia a tavola, tra gli aperitivi, le patatine, le birrette e le grappette di montagna, è proprio un proposito da accantonare. Mi piacerebbe ripensarci per il prossimo anno, e non per sfoggiare il fisico bestiale che non ho mai avuto, ma solo per me, che una volta nella vita vorrei trattarmi bene. Non disdegnerei neanche riuscire a dormire quando ho sonno, mangiare quando ho fame, andare al bagno quando mi scappa, scrivere quando mi viene, fare o non fare se ne ho o meno voglia, cose così. Certo, le maglie della prigionia (che iniqua metafora, disgraziata che non sono altro!) si sono un poco allentate, ma rimango ancora ben lontana dal trovarmi nelle condizioni di assecondare me stessa, a partire dal mio corpo, magari. Magari comincio lunedì, si dice così, no? E anche se a guardare indietro non si contano i lunedì che si sono sussegiuti tutti uguali, rimane sempre la speranza di un cambiamento, una virgolina, che sia la volta buona. Così ogni giorno, a ogni fallimento, ad ogni errore, continuando, purtroppo e per fortuna, a cadere. Anche Efesto, che era un Dio, non ha fatto che cadere, e risalire, e cadere, e sparire, ed essere trovato, e così sempre, come fa tutto l'universo senza tempo. Chi siamo noi per sfuggire alle sue leggi?
Se non altro in queste lunghe ferie abbiamo sbrigato qualche lavoretto in campagna: fare un po' di legna, pulire i tubi delle stufe e i camini, tagliare il prato, raccogliere i lamponi sotto il sole senza preoccuparsi dei moscerini e dei tafani. È la fatica che fa bene, e non mi dispiacerebbe se un giorno facesse parte di una routine, ai tempi e ai modi nostri: una coltura, una cultura su misura. Credo sia possibile, a patto di ricordarsi di ammirare il tramonto ogni sera. Lavorare con il corpo mi serve nelle fasi "luteali" della creatività, o come in questo caso, ad alleviare la mancanza del mio mondo interiore. È un ottimo palliativo, ecco.
E poi benedetta sia la montagna che ha dato i natali a mio suocero, un luogo che frequentiamo con grande affetto e riconoscenza sempre maggiore, man mano che le temperature aumentano.
Io invece, altro che matita e rossetto: da quando fa tanto caldo giro struccata con non-curanza, che si potrebbe dire anche in-curia, che equivale a non-cura, ma suona meglio. E in ogni caso niente resisterebbe alle goccioline che scendono in rivoli dalla fronte e si congiungono, scorrendo lungo il naso, a quelle che affiorano ancora più odiose sopra le labbra, proprio dove crescono gli altrettanto odiosi baffetti, appena mi sogno di fare qualcosina in più. Il 90% del mio sudare si concentra in faccia, e amen: per i bagni nel Cordevole vado benissimo così.
Ciò non toglie che non mi piacciono queste nuove estati, così diverse dalle frizzanti mattine bellunesi che conoscevo, e tuttavia sto raggiungendo una sorta di inerte rassegnazione: probabilmente è il corpo che per istinto cerca di adattarsi al nuovo stato delle cose. Dunque, coltivo l'immobilità. Del resto l'estate, a dispetto della vivacità che manifesta o di cui viene fregiata quasi per obbligo sociale, per me è esattamente questo: un tempo piuttosto asfissiante. Volevo cambiare un poco il paradigma quest'anno, le circostanze erano promettenti, e giuro che ci ho provato: ho tentennato solo verso la fine.
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| il cambiamento climatico, Cordevole |
Comunque, una mattina che mi sto godendo il lusso di non sudare, perché a 1500 metri di altitudine, fermi all'ombra, si sta ancora bene, l'occhio mi cade su quei calzini in filo di scozia marroni, un po' ampi attorno alle caviglie secche, infilati dentro due pantofole di lana cotta vecchie e intatte. Dondolando sulla panchina ricordano i boschi ben curati di una volta, i rifugi dell'infanzia, le cose che non ci sono più. Eppure non si danno per vinti, non si lasciano consumare dalla nostalgia: vivono! Ecco, un equilibrio del genere potrei desiderare di trovare, un giorno.
Anche se loro non hanno avuto figli, il che può avere una certa rilevanza in fatto di invecchiamento precoce e salute mentale. No dai, sto scherzando: volendo uno il modo di logorarsi lo trova in ogni caso. Non dico sempre io che la differenza non la fanno tanto le cose in sé, quanto il modo in cui le affrontiamo? Certo, a volte sono così grandi e ineluttabili che si smette pure di filosofeggiare, almeno per un po', ma quelli sono i problemi veri.
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| la protesta non serve a niente, solo a non lasciare che diventi tutto accettabile (Colcerver, Val di Zoldo) |
I problemi veri, quelli che non ci riguardano troppo da vicino, si mescolano in un mormorio di accompagnamento che stride sotto la patina delle vite fortunate. Mi viene in mente che in tutti questi giorni abbiamo mangiato a una tavola sempre troppo imbandita: ma si può dire una cosa del genere in un mondo pieno di fame? Dio che vergogna, che scarto, che orrore! In un istante torno al ridotto campo visivo del mio microcosmo, perché la colpa è inespiabile, ma rimane forte la nausea del troppo: troppi vestiti fermi nell'armadio, troppi giochi inutilizzati, troppe cianfrusaglie sparse in giro, il frigo troppo pieno, e quella cosa di fare dispensa, che viene certo dal DNA degli avi, o da una spia, figlia dei nostri tempi, che rimane costantemente accesa; chissà. E cos'è poi questa cosa di stare sempre a fare il bucato, a lavare piatti, a passare lo straccio, l'aspirapolvere, a raccogliere cose, a sistemare? Se avessimo meno, ci sarebbe meno da riordinare, da farci stare, da buttare, pulire, e la povera Estia che soffre rannicchiata dentro di me, trascurata e frustrata da almeno un decennio, avrebbe almeno un angolo di armonia per riposare la mente, un piccolo altare candido e inamidato da cui godere del lavoro fatto senza che venga immediatamente vanificato. Il tempo per pregare verrà, anche se tu mi dici sempre che non serve, perché Dio, l'universo, o come lo vogliamo chiamare, non si occupa di noi.
Oh, quanto mi sento stupida! Dimmi, amica, come faccio io a parlarti ancora delle inezie quotidiane che ci arrovellavano i cervelli, le viscere? Forse non sono sciocchezze, o cerco di convincermi che non lo siano perché il male - vicino, lontano, possibile - in qualche anfratto del cuore mi mette a disagio: il disagio di un privilegio mal riposto, come se davvero potessimo. Eppure a me tutte queste inezie continuano a passare per la testa, e mi chiedo come possano starci insieme al dolore vero degli altri, come se ogni cosa, grande e piccola, non avesse la sua verità.
Scire nefas, quem mihi, quem tibi finem di dederint. Il terzo libro delle vacanze (Una barca nel bosco, Paola Mastrocola) inizia così, con le parole di Orazio, e tanto basta ad alleggerire il carico: 'non è lecito sapere quale fine a me, quale a te abbiano riservato gli dèi'. Domani potremo scambiarci gli sguardi, e allora forse è proprio ciò che dobbiamo fare, continuare a setacciare i giorni, a dividere i semi come Psiche, per saperli riconoscere: vagliare sentimenti, valori e motivazioni. Non si distolga la principessa mortale dal suo compito di guardare onestamente se stessa, perché solo quando avrà superato ogni prova, saprà l'amore.
Mentre sforcellavamo sulle bianchissime rocce zoldane e attraversavamo l'amenità dei boschi con i loro 'chiari', mi sono scusata con mia mamma e mia sorella perché parlo sempre a seconda del libro che sto leggendo. Le dee dentro la donna (di Jean S. Bolen) ci hanno accompagnato per tutta la salita del nostro delizioso giro in montagna, un dono che si è compiuto nel suo momento perfetto. È il libro cult delle mie vacanze, il fulcro di questa estate dove gli dèi hanno cominciato a parlarmi, e si spiegano i miti che non avevo mai compreso, e per i quali provavo comunque una sorta di nostalgia. Ricordavo solo nomi, brandelli di storie, suoni familiari: erano un richiamo al prodigio del loro continuo disvelarsi. Ecco, ho finalmente e realmente percepito sulla mia pelle qual è il loro potere, la natura simbolica e archetipica del loro eterno presente, che non smetterà mai di dire e plasmare il mondo. Da quando chiacchiero con tutte le mie dee mi sembra di sentire che qualcosa inizia a sciogliersi davvero.
Quel giorno sul mio divano, davanti a quell'acqua che doveva essere un caffè, mi hai incantata con la tua saggezza e riscaldata con la tua consueta presenza di sole. Ero così piccola, eravamo piccole entrambe, come tutti. E mi sembrava che non ci fosse assolutamente niente da aggiungere, mentre le armi cadevano a terra davanti all'ineluttabile, sul punto di sbilico dove il bene e il male riprendono ad avvicendarsi (anche se non hanno mai smesso), dove tutto è già successo, accade e sarà insieme, nel verbo che ha già detto ogni cosa e non finisce di dire, istante compiuto.
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| laghetto El Vach, Val di Zoldo |
La mia mente poi ha ricominciato il suo frenetico lavorìo, come l'acqua del fiume, che dopo lo sbarramento torna a scendere, perché non può farne a meno. E tutto questo "dare aria alla bocca", come direbbe qualcuno di nostra conoscenza, il filosofeggiare che ci fa ardere ogni volta che ci incontriamo, e che mi si è un po' impappinato di fronte al tuo dolore, forse non è cosa vana. A forza di dai le colpe e le paure iniziano a dissolversi, e io guardo gli occhi delle mie bambine come non ho fatto mai, dico grazie invece di darlo per scontato, specialmente a lui, e così sento di poterti stare più vicina, in questo tempo così diverso per me e per te. Un giorno, chissà, riusciremo a guardare in faccia l'amore.
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| posti del cuore (Contrin, Livinallongo del Col di Lana) |





























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