Non ci avevo ancora mai riflettuto, non lo avevo considerato, ma "se posso permettermi il lusso del termine, da un punto di vista ideologico sono sicuramente anarchica. Sono una che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio" (Fabrizio De André). "Purtroppo non ho abbastanza fede nella natura umana per essere anarchica" davvero (John Dos Passos): "finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace" (Pier Paolo Pasolini), poiché "il servilismo è corruzione contraria alla libertà e dignità umana"(Giordano Bruno).

E proprio mentre penso al significato di quella A cerchiata sul muro, incappo in Igor Sibaldi, per caso, anche se il caso non esiste. Mi rendo conto che il collettivo è sopravvalutato: non ci ha mai risparmiato dalle guerre il fatto di appartenere a un qualsivoglia gruppo, anzi. "Il ‘noi’ è la più grande illusione: ti fa credere che sei al sicuro, ma ti impedisce di vedere chi sei." "La società ti dà un ruolo, ma è l'Io che ti dà un destino". "La società vuole persone prevedibili, educa alla paura, ma è l’Io che educa al possibile". "Le regole sociali servono a non far crescere nessuno troppo in fretta", insomma. "Il collettivo conserva, l’individuo crea", ed è nella creazione che c'è evoluzione. "L’Uno non è il collettivo, non è un'addizione, un gruppo: è l’unione di individui che hanno scoperto sé stessi." "Prima diventa grande l’individuo, poi può aiutare davvero gli altri." Non posso dunque pensare di cambiare il mondo se non mi permetto di crescere me stessa, se non ne ho il tempo, se lo straripare delle distrazioni mi schiaccia, se mi lascio annichilire dalla follia di una civiltà sul limitare della fine.

Mi torna l'attrito che ho sempre sentito in relazione al gruppo, anche dove mi sono sentita, unica volta nella vita, un po' più a mio agio. Si chiamava movimento infatti, e ognuno valeva uno. Non era uno scherzo da cabaret né ingenua utopia: era una prematura visione di futuro, che è la stessa che fa sempre sperare, nonostante tutto; sperare di uscire da questo sistema che ci illude di stare bene e intanto ci ammala, e uccide senza pietà. 

"Le epoche storiche sono come grandi animali: nascono, crescono e muoiono. L’individuo deve imparare a non farsi mangiare" per tenere vivo "l'amore che permette di vedere l’altro come può diventare". L'amore solo può tenerci lontano dalle polarizzazioni, dal risentimento per ciò che è, come se davvero esistesse qualcosa di immutabile, come se non ci fosse sempre un margine da allargare, una chiave, un bambino ferito da guarire. 

Tuttavia, nonostante la straordinaria vastità di strumenti e di sapere che abbiamo a disposizione, non siamo capaci di avvalercene: forse è troppo tutto questo idealismo per noi, castrati come siamo dal benessere, dal consumismo, dalla tecnologia usata male, dalla manipolazione dei gruppi che governano e deteriorano intenzionalmente o meno il welfare, la scuola, la comunità, interi popoli.

Quando vorrei abbandonare la scomodità dei pensieri sui massimi sistemi del mondo che sembrano condannarmi all'impotenza, si accende un barlume là in fondo, forse una traccia, una strada percorribile, funzionale, funzionante: passa dal cuore di ciascuno. Non è l'altruismo comandato e sacrificale, quello che strozza anime oberate ed esauste, che si fa per mostrarsi, per dovere o per la morale, da incastrare con grande fatica nelle caselle dei task del giorno. È l'amore di sé, che si alimenta coltivando "quello che ti piace". Il prossimo non lo ami se non ami te stesso, lo diceva anche un tale che si chiamava Gesù. 

E se nel silenzio di chi è scontento (chi non si accontenta, non si con-tiene) fossero i più?

Spero una moltitudine di cuori che cova la cura del mondo.

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